Cartesio

Ritratto di Cartesio di Jan Baptist Weenix (1647/1649)

René Descartes, detto Cartesio, nacque secondo la tradizione a La Haye en Touraine il 31 marzo 1596, Ariete. Tale fu l’onore per il piccolo villaggio della Loira che nel 1966 lo omaggiò mutando definitivamente il suo nome in Descartes. Il nonno era medico e il padre un avvocato, la madre Jeanne morì di parto l’anno dopo averlo messo al mondo. René crebbe assieme ai suoi fratelli affidato alle amorevoli cure della balia e dalla nonna materna, mentre il padre, risposatosi, si era dato alla macchia con la scusa di inderogabili impegni di lavoro. Il piccolo Descartes era un bambino pallido, cagionevole di salute e oppresso da una brutta tosse secca, il consesso dei medici che era stato convocato ad esaminarne il caso si era detto pessimista riguardo la possibilità che durasse a lungo. Il ragazzo trovò invece il modo di smentirli e all’età di undici anni entrò nel rinomato collegio gesuita di La Flèche fondato alcuni anni prima da re Enrico IV. Era un’istituzione molto democratica: gli studenti di tutte le estrazioni sociali erano tenuti a pagare la sola retta di mantenimento, in compenso lo studio della matematica era assai limitato e per quanto riguarda la filosofia si insegnava soprattutto quella aristotelica mancando di fatto quella moderna che verrà fondata di lì a poco proprio da lui medesimo. Ebbe pensieri contrastanti sul periodo del suo ammaestramento, ritenendosi il primo di una specie nuova, fondatore di un sapere mai visto prima sulla faccia della terra, scrisse di aver avuto l’impressione di «non aver ricavato alcun profitto, mentre cercavo di istruirmi, se non scoprire sempre più la mia ignoranza». Novello Socrate, dimostrò in compenso la sua gratitudine verso l’anziano rettore che per lui era stato come un padre. Terminato il collegio, si stabilì per un breve periodo a Poitiers dove nel giro di un anno si laureò in giurisprudenza.

Correva l’anno 1618 e il giovane Cartesio, ormai fattosi un granatiere, decise di intraprendere la carriera militare per conoscere un po’ il mondo. Si era al principio di quella lunga serie di conflitti fra cattolici e protestanti che passò alla storia come Guerra dei Trent’anni, Cartesio vi partecipò del tutto teoricamente, dato il rango non vide mai il campo di battaglia e in più gli venne assegnato un valletto personale. Deluso dalla volgarità dei compagni e dall’ozio forzato – si era figurato nella mente che l’esercito fosse un club di scienziati – strinse una fruttuosa e lunga amicizia con il medico e filosofo Isaac Beeckman che aveva incontrato casualmente a Breda e con il quale si dilettò a risolvere problemi di matematica. Nacque in lui quella passione per l’algebra abbinata alla geometria euclidea che eternò il suo nome nei cosiddetti piani cartesiani.

Nel frattempo avvampò il conflitto e Cartesio si arruolò questa volta nell’esercito di Massimiliano di Baviera che gli permise di trascorrere l’inverno a Neuburg in una casa ben riscaldata affacciata sulle rive del bel Danubio blu. Mentre altrove i soldati si scannavano sui campi di battaglia, Cartesio, nella pace del suo buen retiro, decise di dedicare la sua vita alla scienza e alla filosofia. Fu un periodo di grande entusiasmo intellettuale, Cartesio si mise in testa di essere sul punto di svelare in un sol colpo tutti i segreti della Natura. Per nove anni vagò per l’Europa alla ricerca della Verità, aiutato in questo dalla rendita che gli garantivano i suoi vasti possedimenti terrieri.

Nel 1629, su consiglio dell’amico Beeckman, si stabilì nei Paesi Bassi presso la città di Franeker. L’anno successivo iniziò a scrivere un trattato che avrebbe dovuto illustrare le sue idee attorno alla fisica, ma la condanna di Galilei e la messa all’indice del suo Dialogo gli fecero maturare la decisione di sospenderne la pubblicazione. Cartesio teneva molto alla sua pelle, era un retaggio dell’infanzia. Nel 1637 pubblicò la sua più celebre opera, il Discorso sul metodo, camuffandolo da prefazione ai suoi trattati sull’ottica, sulle meteore e sulla geometria. Dio vi figurava quale garante della veridicità della realtà ma questo non bastò ad evitargli la condanna da parte dell’Università di Utrecht.

Al culmine della celebrità intrattenne carteggi con mezza Europa corteggiato da principi e regine, e fu proprio sua Altezza Reale la Regina di Svezia, sua ammiratrice e discepola, che nel 1649 lo chiamò a corte per farne il suo precettore personale. Cartesio, solitamente così attento alla sua salute, questa volta commise una fatale leggerezza. Leggenda vuole che la regina lo obbligasse a delle levatacce alle cinque di mattina, levatacce che finirono per minarne irrimediabilmente il fisico. Morì l’anno seguente stroncato da una polmonite. Nel 1663 riuscì finalmente nell’impresa postuma di essere messo all’indice dalla Chiesa cattolica.

Il cranio di Cartesio con incise sulla fronte le iscrizioni dei diversi proprietari

I suoi resti furono tumulati in Svezia e successivamente riportati in patria nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés. All’apertura della bara si scoprì con gran sorpresa che il suo corpo mancava della testa. Rispuntò misteriosamente più tardi in un’asta a Stoccolma. Il cranio, mancante della mandibola, venne acquistato e donato alla Francia che rispettosamente decise di esporlo quale cimelio al museo etnografico di Parigi. Si scoprì in seguito che gli eruditi svedesi se l’erano passato di mano in mano per farne un lugubre souvenir, un curioso fermacarte da tenere sulla scrivania a mo’ di memento mori.

La filosofia di Cartesio, come quella socratica, si pose come un momento di rifondazione del sapere. Affascinato dalle strabilianti proprietà della matematica, Cartesio volle fare piazza pulita di tutte le precedenti nozioni e rifondarle sopra delle basi che avessero la certezza indiscutibile degli assiomi della geometria. Cosa sappiamo veramente di sapere? Applicando un dubbio radicale che metteva in discussione ogni cosa, compresa la certezza del mondo, Cartesio giunse alla verità originaria del “cogito ergo sum”: se penso, dunque sono. Pur mettendo tutto in discussione, il solo fatto di dubitare, e quindi di pensare, implica l’esistenza del soggetto che dubita. Ma a questo punto si poneva l’ulteriore dubbio se il contenuto di questo pensare rimandasse a una realtà vera oppure fosse solo l’opera di un dio che nella sua onnipotenza intendeva ingannarci riguardo la realtà. Qui già Cartesio non dubitò fino in fondo e diede per scontata l’esistenza necessaria del mondo esterno. Fatto sta che per risolvere l’impasse si appellò a Dio, che in qualità di essere sommo e perfettissimo, principio di sommo Bene, non avrebbe mai potuto ingannarci su una questione così rilevante. L’esistenza di Dio quale essere sommo e perfettissimo fu accertata come segue: «Per il solo fatto che io esisto e che l’idea di un essere sovranamente perfetto (cioè di Dio) è in me, l’esistenza di Dio è evidentissimamente dimostrata» (Terza Meditazione). Evidentissimamente per modo di dire, perché come già nell’argomento ontologico, la dimostrazione si ritorceva su se stessa in un circolo vizioso: chi crea l’idea di un essere perfettissimo, Dio o semplicemente l’uomo? Il dubbio non venne fugato. Fu successivamente necessario distinguere nel sistema cartesiano due diverse sostanze: la res cogitans, cioè tutto il contenuto immateriale della mente, e la res extensa, cioè la dimensione del mondo fisico esterno alla mente. Come le idee che apparivano alla mente, provenendo da tutt’altra dimensione, si sincronizzassero in concreto con la realtà esterna fu dibattito che occupò i filosofi per i secoli a venire.

Nel 1634 Cartesio si trovava ad Amsterdam ospite di un librario inglese, Thomas Sergeant. Approfittando della sua ospitalità mise incinta la sua domestica, Helena Jans van der Strom. Cartesio confidò a un amico la data precisa del concepimento: il 15 ottobre. Dalla relazione con la domestica nacque Francine, la sua unica figlia, che morì quattro anni dopo per un attacco di scarlattina. L’aveva riconosciuta ufficialmente seppure sotto falso nome, in pubblico la chiamava “la mia nipotina”. Cartesio rimase in buoni rapporti con la madre, quando fu in procinto di sposarsi le garantì una dote e versò alla famiglia dello sposo un compenso a mo’ di risarcimento per l’infortunio che aveva privato la sposa della sua preziosa illibatezza. Era un vizio dei filosofi quello di mettere incinta le domestiche, nelle lunghe ore dedicate allo studio, quale indennizzo per le meningi, nasceva talvolta in loro il bisogno di un tè caldo, di un grembo ospitale sopra cui sostare, era un privilegio compreso nei benefit del rango.